Triora

Altitudine: m 776 s.l.m.

Superficie: km2 48

Distanza da Imperia: km 46

Abitanti: nel 1881 2848 - al 2017 361

Festa patronale:
15 Agosto - Nostra Signora Assunta

Informazioni: Comune tel. 0184 94049


Il nome di Triora deriva dalle tre gole ("Tria ora") determinate dal confluire delle valli dei torrenti Gerbone, Capriolo ed Argentina. Potrebbe derivare anche dal latino "Terere" (trittare) data la notevole quantità di mulini sul territorio.

I ritrovamenti archeologici (oggi al Museo di Sanremo) in numerosi siti della zona (Arma della Gastea, della Grà di Marmo, Tana della Volpe, Tana Bertrand, Buco del Diavolo ecc.) confermano la presenza umana già attorno al 2000 a.C.; il primo insediamento storico risale al 640 d.C., quando le popolazioni del litorale abbandonano la costa devastata dalle ricorrenti incursioni longobarde guidate da Rotari per rifugiarsi in questa zona più nascosta e sicura.

Il "castrum" medievale fa parte della marca ardoinica fino al Millecento, quando passa in feudo ai Conti di Ventimiglia; nel 1260 Bonifacio, Conte di Badalucco e figlio di Oberto di Ventimiglia, vende il borgo a Genova; invano Triora tenterà a più riprese di ribellarsi al giogo della Superba, che ne conserverà sempre il dominio respingendo anche, nel 1625 e poi nel 1671, i ripetuti assedi dei Savoia.

Grazie alla sua felice posizione all'incrocio di strade di vitale importanza (in particolare la "via del sale" attraverso cui Genova esporta il minerale in Val Padana), il borgo si sviluppa fino a divenire una vera e propria città, titolare dell'omonima Podesteria.

Nel 1797 anche Capoluogo di cantone della sesta Giurisdizione degli Ulivi della napoleonica Repubblica Ligure, gli ultimi cent'anni registrano una drammatica involuzione: Triora conta oggi solo più il quindici per cento della popolazione di un tempo.

Visita al Borgo

Poco prima di raggiungere il paese parcheggiamo sul piccolo slargo a sinistra subito dopo il cartello stradale che preannuncia Triora.

Sopra il ciglio della strada possiamo vedere a destra i ruderi dei due fortini che ressero l'assedio dell'esercito franco-piemontese del 1625; sul lato opposto della strada scende la breve rampa che ci porta alla romanica chiesa della Madonna delle Grazie, del primo secolo dopo il Mille.

La facciata con sediletti ai lati ha portale molto spoglio, come quello della parete laterale a destra; l'interno, con finestre rettangolari e copertura a capriate, è a navata unica, con semplice balaustra in pietra nera datata 1593. Pochi metri più avanti si distacca dalla provinciale lo sterrato che porta alla chiesa della Madonna del Buon Viaggio.

Proseguendo in auto sulla provinciale percorsi poche centinaia di metri incontriamo a sinistra il cartello giallo che indica la chiesa di San Bernardino. Parcheggiamo poco dopo sullo slargo a sinistra e prendiamo a piedi il sentierino che in duecento metri ci porta all'edificio.

La chiesa, costruita nel Quattrocento, ha il suo fianco sinistro protetto dal rustico porticato retto ai lati da pilastri e al centro da due colonne a capitello di cui una monolitica in pietra nera e l'altra in blocchi di tufo. Il portale è in pietra nera, con architrave intagliato da due Trigramma in raggiera ai lati e scudo araldico al centro; a sinistra c'è il campaniletto a vela.

Nella facciata, puntellata da due archi in pietra che scavalcano il sentiero andando ad appoggiarsi alla roccia di fronte, si aprono la porta e le due piccole finestre che ci consentono di osservare l'interno. Murata a sinistra dell'ingresso laterale c'è una massiccia consunta acquasantiera in pietra nera, come in pietra nera è il sediletto che segue l'abside.

Le pareti sono decorate dagli affreschi - datati 21 luglio 1463 - che raffigurano nell'abside i dodici Apostoli fra decorazioni geometriche in basso e la figura del Cristo molto deteriorata in alto. L'intera parete destra è affrescata da un "Giudizio Universale" con la tradizionale suddivisione che prevede in basso la cavalcata dei vizi, sormontata dalle terrificanti scene delle pene infernali, in contrasto con la felice città celeste dei virtuosi raffigurata in alto; l'opera è attribuita alla cerchia di Giovanni Canavesio (noto tra il 1472 ed il 1500).

La parete di sinistra, più deteriorata, conserva in alto una "ultima cena" ed un grande "San Cristoforo"; sulla parete di fondo, purtroppo invisibile dall'esterno, c'è la vivace "crocifissione", anch'essa del Canavesio.

Tornando a piedi verso l'auto possiamo osservare, immerse nel tessuto urbano di Triora, le imponenti case-torre.

Ripresa l'auto proseguiamo a destra oltre il primo bivio (per Loreto) e al secondo continuiamo a sinistra seguendo le indicazioni per Monesi. Percorse poche centinaia di metri svoltiamo a destra e arriviamo tra secolari ippocastani alla facciata vivacemente colorata della barocca chiesa di Sant'Agostino del 1616. Questa ha un campanile dal tetto a scaglie policrome, e conserva un gruppo marmoreo del 1841 del genovese Paolo Olivari.

Tornati all'auto proseguiamo su questa deviazione che in meno di un chilometro ci porta ai ruderi della romanica chiesa di Santa Caterina di cui rimangono oggi in piedi la facciata e la parete laterale sinistra. La costruzione è del 1390, data scolpita nell'iscrizione con scudo araldico al centro del portale di pietra; in facciata sono inserite negli spigoli in alto a sinistra una lapide con stella e a destra una più grande con un tondo; lo spigolo alto del muro laterale ha una lapide con rosetta.

Un oculo tondo intagliato in un monolite quadrato si apre in alto sulla facciata, mentre sul muro laterale superstite sono due monofore ad arco a tutto sesto, la cui apertura è delimitata all'interno da una cornice in pietra che la rende rettangolare. Dell'interno è rimasta solo la pavimentazione in lastricato: una grande lastra in pietra (probabilmente copertura tombale) porta un'iscrizione ormai consunta dalle intemperie ed illeggibile.

Cento metri oltre la curva sulla strada si apre a sinistra una volta in pietra con intagliata al centro la data 1552, che ospita una fontana con bassa vasca in pietra.

Tornati indietro in auto, al bivio prendiamo a sinistra per Triora dove parcheggiamo all'inizio dell'abitato. Superato l'emporio che vende prodotti tipici locali troviamo sotto il porticato a sinistra la pianta del borgo, e quindi al civico 4 l'architrave intagliato con l'iscrizione mutila relativa alla chiesa di San Pietro, intitolata a San Bernardo dopo l'assedio del 1625.

Usciti dal portico ci attende sul lato opposto della strada il Museo Etnografico e della Stregoneria, che espone le rustiche suppellettili domestiche e gli attrezzi di lavoro di fine Ottocento relativi al ciclo della castagna, del latte e del vino.

Nell'interrato copie dei documenti e degli strumenti di tortura dell'epoca rievocano la spaventosa storia delle streghe di Triora e del processo con oltre duecento imputate che sconvolse il borgo nella seconda metà del Cinquecento; la completa documentazione originale è conservata all'archivio di Stato di Genova.

La tragedia inizia nel 1586 quando Triora viene colpita da una terribile carestia; nel gennaio successivo l'intera popolazione è ormai ridotta alla fame si rumoreggia di un assalto ai granai dei possidenti locali. Viste inutili le esortazioni e le intimidazioni i notabili decidono di giocare pesante e pur di salvare quei sacchi di grano gelosamente messi al coperto tirano in ballo le streghe.

Siamo in piena Controriforma (la gigantesca operazione varata dalla Chiesa per neutralizzare lo scisma protestante) e tutta la gerarchia ecclesiastica è impegnata a fondo a ricattare i dubbiosi spargendo a piene mani massicce dosi di santo "timor di Dio". Cosicché, quando i maggiorenti di Triora gli accennano del progetto, a Sua Eminenza il Vescovo di Albenga, questo si attiva.

Verso la fine dell'estate del 1587, durante una carestia che aveva duramente provato la popolazione triorese e che durava da oltre due anni, gli abitanti cominciarono a sospettare che a provocare la carestia che stava flagellando le campagne del paese fossero state alcune donne dimoranti presso la Località Cabotina. Dopo essere state individuate, le streghe trioresi vennero subito additate alla giustizia.

Il parlamento generale, riunitosi in seduta plenaria, affidò al podestà del paese Stefano Carrega l'incarico di fare in modo che le donne venissero sottoposte a un regolare processo. Carrega chiamò allora il frate Girolamo dal Pozzo, in qualità di vicario del vescovo di Albenga, dalla cui curia dipendeva allora Triora, e un vicario dell'Inquisitore di Genova.

Dopo una serie di interrogatori i due inquirenti vagliarono la posizione di duecento donne del paese, tutte appartenenti alle classi più povere, sospettate di stregoneria, incarcerandone trenta e accusandone diciotto di essere delle streghe. I successivi interrogatori coinvolsero anche mogli di notabili locali, per cui nel gennaio 1588 gli anziani chiesero al governo genovese di non tenere conto delle accuse rivolte alle matrone del paese che non avevano mai dato adito al benché minimo sospetto.

Le autorità della Serenissima inviarono allora a Triora ai primi di giugno del 1588 il commissario straordinario Giulio Scribani, che, alla fine di una lunga attività investigativa volta ad accertare la presenza di altre "streghe" sul territorio triorese, ne individuò alla fine quattro, tutte di Andagna, le quali, assieme a una certa Ozenda di Baiardo, furono trasferite nell'ottobre del 1588 a Genova, e rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione.

Dopo essersi profilato un grave conflitto di competenza tra il governo genovese e l'autorità ecclesiastica, tanto che la Congregazione del Sant'Uffizio a Roma avocò a sé il processo, delle donne accusate di stregoneria detenute a Genova due morirono in carcere, mentre delle tredici inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano morte e le altre erano state probabilmente rimandate libere al loro paese natale.

Alla fine il Tribunale della Santa Inquisizione, dopo avere presumibilmente cassato alcune delle condanne a morte emesse verso le streghe di Triora e ordinato la scarcerazione di quelle ancora detenute, intentò un processo contro lo zelante commissario Scribani per invasione del campo riservato all'autorità ecclesiastica, ma nell'agosto del 1589 lo Scribani venne assolto, archiviando in tal modo anche l'ultimo strascico del processo alle streghe di Triora, che mise in luce fino a quali eccessi fosse in grado di arrivare la superstizione popolare unita a un incontrollato fanatismo religioso.

L'atmosfera del tempo è ben rievocata nel Museo, con foto e ricostruzioni degli strumenti di tortura dell'epoca e copie degli atti ufficiali del processo. Usciti dal Museo prendiamo la rampa (via Sant'Agostino) che sale a monte della bella fontana in pietra che abbiamo di fronte e, superato un primo architrave in pietra nera intagliata con agnus proseguiamo verso la quattrocentesca casa del notaio Capponi; notiamo le altre due architravi con aquile intagliate in trigramma.

Imboccata a destra via Castello e superata a destra la casa con sovrapporta e stipiti monolitici alla finestra arriviamo allo slargo su cui sorgono, poco oltre la fontanella, i ruderi del duecentesco castello dei Conti di Ventimiglia. Dell'antico fortilizio restano oggi parte delle mura ed un troncone di torre circolare, cui accediamo attraverso la bassa apertura; da qui si offre il panorama dell'intera vallata.

Tornati indietro per la stessa strada passiamo accanto al Museo e proseguiamo a sinistra per via Roma, superando la piazzetta col bronzeo monumento alla strega; al civico 10 troviamo lo splendido portale della seicentesca Casa Velli, con architrave in pietra nera intagliato con trigramma fra aquila e gallo, seguito al civico 16 da un altro architrave con decoro ormai deteriorato.

Superata la piazza del mercato siamo di fronte al voltone che fu già lo "Sportegu du mazaghìn", deposito comunale di viveri crollato nel terremoto del 1887. Nello spigolo della casa a destra sono inglobate pietre lavorate provenienti dalla demolita chiesa di San Pietro.

Scendiamo a destra prima del voltone e, superato il bell'arco in pietra liscia sul basso finestrone, sbocchiamo nel piazzale con la Loggia Municipale a sedile su robusti pilastri. Qui sorge la chiesa di Santa Maria Assunta costruita nel Milleduecento su di un "fanum" pagano e poi restaurata nel 1598 con l'attuale facciata. Della chiesa originaria sono rimasti il portale ad alto arco ogivale in pietra nera (estratta da una cava presso le mura) e la parte più bassa del campanile.

I cinque rocchi di colonna allineati sul ciglio del sagrato provengono dalla duecentesca costruzione originaria. All'interno è conservato, nella piccola cappella battesimale subito a destra dell'ingresso, il più antico quadro datato e firmato del Ponente ligure: il "Battesimo di Cristo" su fondo oro di Taddeo di Bartolo da Siena, del 1397.

Sull'altare maggiore è esposta la seicentesca "Assunzione di Maria Vergine" attribuita a Lorenzo Gastaldi, fiancheggiata da due tavole con fondo in oro del 1420: a destra la "Pietà", tempera su tavola, a sinistra "San Giacomo Minore": entrambe di autore ignoto. A Luca Cambiaso sono invece attribuiti i quindici ovali dei "Misteri del Rosario" dell'ultimo altare a sinistra, la "Madonna con Santi" ed il "San Paolo e Sant'Antonio" del primo altare di destra.

Il Crocifisso viene portato in processione la seconda domenica dopo Pasqua da giovani che salgono scalzi sulla collina che domina il camposanto, in adempimento del voto assunto dal paese nel 1541 in occasione di una disastrosa invasione di cavallette. In sagrestia è murato a sinistra un bell'armadietto in pietra nera per gli oli santi; poco più avanti si apre un pregevole portale in pietra nera del 1555, con architrave intagliato ad angioli che reggono uno scudo araldico e stipiti decorati a motivi floreali.

A destra della chiesa c'è l'oratorio di San Giovanni Battista del 1694, con portale in marmo intagliato a Trigramma nell'architrave e figure di angioli che reggono il santo. Gli stipiti sono scolpiti con motivi interamente pagani: tra il sole a sinistra e la luna a destra veglia nel suo medaglione centrale il profilo di un mago-custode. Nell'oratorio sono conservate le tele seicentesche "Nascita di San Giovanni Battista" e "San Francesco" di Lorenzo Gastaldi, e la cinquecentesca "Madonna del Rosario" di Luca Cambiaso.

L'altare è del 1690, così come il portale e l'acquasantiera; la statua in legno "San Giovanni Battista" (1725) è opera del Maragliano.

Scendiamo lungo la rampa a lato dei rocchi di colonna. A sinistra al civico 1, dove è murata una lapide con Agnus, nello stesso luogo dove aveva sede l'originario oratorio di San Giovanni Battista di cui una lapide del 1555 murata sullaparete ricorda il fondatore Pietrus Richa.

Poco più avanti, di fronte alle altissime lesene in pietra del 1548, c'è al civico 11 un portale con architrave intagliato con Agnus tra le lettere I e F. Seguono il portale di casa Gastaldi con scudo araldico al civico 6 e quello del 1587 di casa Gianni al civico 12.

A destra c'è la biblioteca che ha murate sulle pareti lapidi con motti filosofici; all'angolo in alto a destra è murata la lapide con lo stemma di Genova, recuperata dal crollato palazzo comunale.

Tornati alla piazza della chiesa scendiamo la rampa a fianco dell'oratorio per via Camurata, su cui si apre al civico 10 un portale in pietra nera con architrave intagliato e stipiti decorati a tortiglione. Fatti pochi passi a destra alziamo gli occhi per osservare sopra una finestra una mutila intagliata a Trigramma.

In basso a sinistra sono due portali in pietra, di cui il secondo con architrave intagliato con due leoni che reggono uno scudo araldico sovrastanti il Trigramma fra due rosette; poco più avanti al civico 1 c'è un altro portale decorato. Se invece prendiamo a sinistra sotto il volto ci inoltriamo nel quartiere Samburghea, soggetto fino al 1260 ai Conti di Ventimiglia.

Scendendo sotto i voltoni troviamo a sinistra la loggia con sedili in pietra che ospita una bella fontana con vasca monolitica, sormontata da lapide intagliata con due delfini. A terra c'è la pietra intagliata per lo scolo dell'acqua. Gli alti voltoni sono affumicati perché qui c'era la fucina del fabbro-artista Luca Verrando.

A fronte alla fontana, sotto il voltone, c'è al civico 10 la finestra-porta di un'antica bottega. Scendiamo per via Samburghea superando al civico 1 l'architrave in pietra nera massiccia intagliato con una "Annunciazione".

Sulla sinistra; superato un architrave del 1604 intagliato con Trigramma e motivi floreali al civico 24, entriamo poi sotto il voltone di fronte e facciamo qualche passo a sinistra per vedere l'alto arco poggiante su una roccia scavata per realizzare la porta di accesso orientale al borgo.

Riattraversato il voltone continuiamo a scendere a sinistra dove troviamo poco dopo un'altra fontana in pietra, col monolite in alto a destra intagliato con la data 1480 ed il nome dei massari Demonus e Meteius Stela che commissionarono l'opera; la vasca è in pietra come lo spezzone di colonna che la sorregge. Di fronte c'è un architrave del 1602 intagliato con Trigramma fra le lettere B e B.

Tornati sui nostri passi fino alla piazza della chiesa attraversiamo il sagrato e, salita la rampa a sinistra ci dirigiamo a sinistra, sotto il voltone in via Cima. Superiamo a destra la piccola loggia che ospita la fontana con vasca in pietra e sedili; passati sotto l'arco della porta del borgo sbocchiamo fuori dalle mura, che circonvalliamo dirigendoci verso destra.

Dopo un centinaio di metri arriviamo alla "Cabotina": dove si narra che si radunassero nelle notti di luna piena le streghe a folleggiare con Satana su questo slargo panoramico sulla vallata.

Rientriamo tra le mura; subito dopo la loggia con fontana superiamo a destra un portale in pietra nera decorato anche negli stipiti, seguito da un altro in marmo; arrivati alla fontanella prendiamo a destra e saliamo ancora a destra raggiungendo così l'antica chiesetta di San Dalmazio. La chiesa, già citata nel 1261, fu costruita inglobando l'antica fortificazione che qui sorgeva in efficacissima posizione strategica a dominio della vallata.

Il portale laterale in pietra ha perduto l'arco che lo sormontava; il campanile è decorato rispettivamente con tre ordini di archi pensili, bifora, monofora ed infine la cella campanaria. All'interno è conservato il "martirio di San Dalmazio" del 1678 di Lorenzo Gastaldi da Triora. Da qui torniamo indietro lungo le vie già percorse fino all'auto.

Sulle colline circostanti si aprono numerose grotte di modesto sviluppo, alcune delle quali nell'Età del Metallo furono adibite a sepolcro.

Nelle grotte dette Arma della Gastea e Tana della Volpe sono stati reperiti frammenti di vasi a bocca quadrata del periodo Neolitico ed uno spillone in bronzo della successiva Età del Bronzo; nel Buco del Diavolo sono stati recuperati otto braccialetti in bronzo decorato ed una collana ritorta, mentre il Riparo di Loreto ha fornito numerosi frammenti anche neolitici. A San Giovanni Dei Prati, ad oltre milleduecento metri di quota, è stato scoperto un bivacco preistorico con piccoli strumenti in pietra, i cosiddetti "microliti".

Ripresa l'auto torniamo indietro e al bivio prendiamo a sinistra per Loreto. Dopo due chilometri incontriamo, all'incrocio con il moderno ardito ponte che porta a Cetta, il Santuario di Nostra Signora di Loreto, della prima metà del Cinquecento, detto anche "delle saline" in quanto scalo della "via del sale" da Nizza al Piemonte.

Murata all'esterno a destra dell'ingresso c'è l'acquasantiera in pietra nera; il portale protetto dal porticato è in pietra nera con intagliato al centro dell'architrave lo scudo araldico dei Gastaldi che fecero erigere il santuario. L'interno, parzialmente affrescato, conserva la statua della Vergine e la seicentesca "Sacra Famiglia e San Giovanni" del Gastaldi.

Proseguendo in auto sulla destra incontriamo la borgata di Creppo, con piccola chiesa in posizione panoramica. Superato il "ponte della pace", il bivio che a sinistra porta e Realdo, già incrociamo le prime case costruite a filo di un impressionante strapiombo.

Raggiunto il paese parcheggiamo sullo slargo ad inizio abitato da cui possiamo scendere la rampa a sinistra dopo le panchine per visitare il borgo dalle tipiche costruzioni montane con terrazzi in legno. Se invece prendiamo a destra raggiungiamo Verdeggia.

In alternativa questo percorso, proseguiamo alla fine del largo e torniamo al posteggio passando per la strada panoramica.

L'antica tradizione ormai in via di estinzione costituita dai cosiddetti "ciaravugli" che consistono in un'allegra chiassata da parte degli abitanti del paese rivolti al vedovo che decidesse di passare a seconde nozze.